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Non è necessario che la Nato dia la propria ferale conferma che quelli inquadrati siano Marines degli Stati Uniti, oppure che ci dica che siamo in Afghanistan e che i soldati stiano facendo quello che stanno facendo. L’eloquenza delle immagini è on line. Non c’è bisogno di un verdetto finale da parte del comando centrale. E se questo venisse, sarebbe grottesco. Siamo nell’anticamera di un’Abu Ghraib atto secondo, in salsa afgana. Quel che si può temere è un’eventuale reazione dei talebani. Anche loro navigano su internet. E non osiamo immaginare come potrebbero comportarsi nella malaugurata ipotesi che un ragazzotto dell’Iowa o di Chicago cadesse nelle loro mani nei prossimi giorni. L’Asia centrale è un posto dove la legge del taglione ha ancora un senso. Stabilire chi sia superiore o inferiore, in questo momento, è davvero difficile. La guerra in Afghanistan sta mostrando il peggio di sé da ambo i fronti. Per favore non parlateci di giudizi politicamente scorretti sulle civiltà locali.
Dopo la guerra d’Etiopia, nel 1936, si era parlato per la prima volta di “italiani brava gente”, accezione poi ripresa dalla cinematografia degli anni Sessanta del secolo scorso e dal libro di Del Boca sulla nostra colonizzazione in Libia. Con quelle parole si cercava di far passare il nostro Paese come immune alle accuse di aver fatto ricorso al gas nervino per accelerare le sorti del conflitto nel corno d’Africa. Noi andavamo in Etiopia non per conquistarla, ma per civilizzarla. Oggi la Nato sarebbe in Afghanistan non per distruggere un Paese già piegato da altri passati scontri, bensì per introdurvi la nostra democrazia. Exporting democracy, l’aveva chiamata così Bush a suo tempo. Nato brava gente, quindi! Certo, ogni tanto, la guerra può sfuggire di mano. In Etiopia come in Afghanistan. Sicché gli ufficiali gentiluomini si sfilano i guanti bianchi per fare scempio del corpo del nemico.
Questo perché in guerra tutto è lecito. Trattasi di un ulteriore luogo. E comunque non è così. Primo perché il rispetto del nemico, anche da caduto, è proprio della cultura occidentale. Almeno sulla carta. Chi non prova un senso di pietà per il corpo di Ettore trascinato da Achille lungo le mura di Troia, sotto gli occhi disperati di Priamo? Una scena straziante scritta più di tremila anni fa. I talebani non sono troiani, mentre pochi tra gli americani sanno chi fossero gli achei. D’altra parte, fare del cadavere del nemico un trofeo (XVIII secolo prima di Cristo) e orinare oggi sui resti di un morto non è lo stesso. E francamente quest’ultima è più disgustosa.
C’è un però. Ed è essenziale. Dei gas in Etiopia se ne parlò sottovoce. Un po’ perché i mezzi di comunicazione, in quegli anni, erano quello che erano. E soprattutto perché a dirlo più forte, si sarebbe rischiato grosso. A sua volta, dello scempio che hanno fatto i talebani durante il loro governo dell’Afghanistan, noi ne siamo venuti a conoscenza solo dopo l’inizio della guerra. Oggi, grazie a un telefonino e a quella libertà di stampa, che resta certamente made in Usa, possiamo arrogarci il diritto di commentare le oscenità della guerra senza il timore di censure o persecuzioni. La stampa americana e quella europea puntano giustamente l’indice contro quei non più bravi soldati che insozzano i cadaveri dei nemici. Il Pentagono ha già detto che aprirà la sua inchiesta. Non giudichiamo i risultati a priori. La pena inflitta ai carcerieri pervertiti di Abu Ghraib magari non è stata all’altezza della reato commesso. Tuttavia la notizia è circolata e le istituzioni hanno scelto la strada della trasparenza. Segno che la democrazia funziona. Magari ogni tanto si inceppa. Però c’è.

«Le possibilità che il vertice di Amman sia un fallimento sono minime. Le chance che segni l’inizio di una nuova fase di negoziati sono nulle». Era sibillino Haaretz ieri nell’introdurre l’incontro che si è tenuto nella capitale giordana tra israeliani e palestinesi. Alla presenza (utile?) dei rappresentanti del Quartetto, l’inviato del governo Netanyahu, Yitzhak Molcho, e il delegato dell’Autorità palestinese, Saeb Erekat, sono tornati a stringersi la mano. Il gesto ha interrotto il silenzio che durava da quindici mesi, ossia da quando Abu Mazen fece saltare il tavolo dei negoziati di fronte a un premier israeliano irremovibile nel proseguire la politica espansionistica degli insediamenti intorno a Gerusalemme. In termini generali, mai uno scenario è stato peggiore per un meeting del genere. Ci si domanda infatti il motivo di questo incontro. Per riprendere il confronto? E in vista di quale obiettivo? Non è da escludere che Molcho ed Ekerat si siano visti proprio per ammettersi reciprocamente la necessità di congelare sine die la questione. Sempre che una guerra (contro Teheran?) non faccia saltare il tappo. In tal caso però, quello israelo-palestinese non sarebbe più un dialogo diplomatico.

Riprendiamo il ragionamento di Haaretz. La sua non è una visione pessimistica, bensì quella di chi osserva la realtà e non può fare a meno di dire: «Id est». I presupposti per l’incontro di ieri mancavano su tutta la linea. Dopo il 2011 così destabilizzante per il Medioriente e per il Nord Africa, era impossibile aspettarsi un’apertura d’anno in controtendenza e positivo unicamente per quei due schieramenti che più di ogni altro sono invischiati nel processo di pace. L’Egitto è in crisi ela Giordaniaè a un passo dalla stessa. I due alleati arabi più affidabili dell’Occidente e unici interlocutori ufficiali di Israele nella regione in pratica non esistono. In tal senso, ha poco valore il fatto che il vertice si sia tenuto ad Amman. Dall’altra parte della barricata, Siria e Iran hanno tutt’altro a cui pensare. In seno alla Lega Araba, gli emiri del Golfo si sono chiusi nei propri fortini dorati, con la paura che il 2012 sia la fotocopia dello scorso anno. Solo che stavolta a rimetterci sarebbero loro e non i tiranni nordafricani.

La stessa calcolata indifferenza la si raccoglie presso i governi occidentali. Il già citato Quartetto conferma il proprio ruolo di “bella statuina”. C’è da chiedersi cosa sia successo a Blair, che in questi anni è passato dalla compulsiva bramosia di visibilità, quando era premier britannico, alla attuale ombra di se stesso. A cascata poi pesano le altre assenze. Mosca è anch’essa alle prese con scricchiolii non rassicuranti sotto le poltrone del Cremlino. L’Unione europea sembra imitare Blair. Infine, ci sono gli Usa che sono già entrati in campagna elettorale. Obama, di fronte a una vittoria quasi certa solo perché di fronte non ha nessuno, è plausibile che abbia deciso di non sfidare ulteriormente la sorte. In tempi di voto, le sabbie del Medioriente si muovono fino a far tremarela Casa Bianca.E Obama non ha intenzione di sprofondare.

Passiamo poi alle dirette parti in causa. Non è chiaro il futuro dell’Anp. Appena due mesi fa, si mormorava di un possibile ritorno al confronto tra Hamas e Fatah. Questo era buono. O meglio, lo sarebbe stato se avesse avuto un seguito. Da novembre a oggi, il movimento islamista ha mantenuto un atteggiamento dimesso. Alle volte ambiguo. Domenica, Ismail Hanyyeh, pseudo-premier a Gaza, è atterrato in Turchia per una visita ufficiale. Qui è stato trattato alla stregua di un qualsiasi capo di governo. Il premier turco Erogan, che bussa alla porta della Ue e che si siede al tavolo della Nato come membro a pieno titolo dell’alleanza, si è incontrato con una personalità palestinese che non si sa come classificare. Nessuno criticala Turchia. Anzi, in un vuoto di iniziativa diplomatica, ben vengano le sue mosse individuali. Tuttavia, forse bisognerebbe chiarire i ruoli dei giocatori in campo. Hamas, per l’Ue e gli Usa, è un gruppo terroristico. Ad Ankara lo sanno questo, vero? La domanda andrebbe rivolta anche allo stesso movimento islamista. È cosciente, questo, chela Turchiaè alleata dei suoi peggiori nemici? Ma entrambe le questioni susciterebbero risposte capziose e bizantinismi tipici del Medioriente. D’altra parte, il portavoce dell’organizzazione, Sami Abu Zuhri, ha chiesto ai rappresentanti dell’Anp di boicottare l’incontro di Amman, in quanto esempio di «politica fallimentare». Ecco l’ambiguità. La presidenza di Abu Mazen è sempre stata bistrattata e accusata di essere al soldo di Israele. Ora Hamas si comporta quasi come partito di opposizione che chiede cortesemente al suo governo di calcolare le mosse prima di agire. È un segno del dialogo prossimo venturo nell’Anp?

Più nette sono le direttrici che starebbe imboccando Israele. Quando un centinaio di ultra-ortodossi fanatici riescono svillaneggiare l’Olocausto per i propri interessi di quartiere e quando il governo Netanyahu – che ha vinto per mano degli haredim – non riesce ad assumere una posizione di duro rigetto, significa che il sogno laico di Ben Gurion, Golda Meir e soprattutto di Yitzhak Rabin, ma forse anche di Ariel Sharon, sta sprofondando nel baratro del fondamentalismo religioso. Un male, questo, che non fa coppia solo con il Corano, ma anche conla Torahe in alcuni casi con il Vangelo. Non è vero che il governo israeliano non voglia negoziare. Netanyahu non può negoziare. Non ha forza politica, carisma personale e tanto meno numeri. Per inciso: ieri sono stati pubblicati gli ultimi sondaggi demografici di israeliani e palestinesi. Tra ondate migratorie, masse di profughi e boom di nascite, le due comunità ormai sarebbero alla pari. Nessuna delle due osa ammetterlo però. Che peccato, sarebbe stato l’unico argomento davvero valido su cui trattare ad Amman.

 Pubblicato su liberal del 4 gennaio 2011

 

La Camera ha approvato la nuova Manovra salva-Italia ed entro Natale Palazzo Madama dovrebbe approvarla definitivamente. Ma un’immagine rimasta uguale tra tutti questi cambiamenti c’è ed è quella dei bamboccioni.
Si, perché purtroppo è questa l’immagine dei giovani italiani, sempre più precari, sempre più disoccupati. Secondo gli ultimi dati rilevati dall’Istat in base a stime provvisorie, il tasso di disoccupazione giovanile (giovani compresi tra i 15 e i 24 anni) in Italia, è salito dal 28,0% di agosto al 29,3% di settembre. Si tratta del dato più alto dal gennaio 2004. Dalla stessa rilevazione è uscito fuori che il tasso d’inflazione annuo, ad ottobre, è salito al 3,4% dal 3% di settembre, dato più alto da ottobre 2008. Le stime indicano un aumento dello 0,6% su base mensile, vale a dire il rialzo maggiore da giugno 1995. Sul risultato pesano gli effetti della manovra, in particolare il recente incremento dell’Iva.
Più in particolare: il tasso di disoccupazione maschile aumenta di 0,3 punti percentuali nell’ultimo mese, portandosi al 7,4%. Anche quello femminile mostra un aumento della stessa entità e si attesta al 9,7%. Rispetto all’anno precedente il tasso di disoccupazione maschile sale di 0,2 punti percentuali e quello femminile di 0,3 punti percentuali. Sul fronte opposto, il tasso di occupazione si attesta al 56,9%, in forte diminuzione.
Non solo il tasso di disoccupazione giovanile risulta preoccupante. La presenza delle donne nel mondo del lavoro è sempre minore: quasi una su due in Italia nè lavora nè è in cerca di un posto. A settembre il tasso di inattività femminile è pari al 48,9%, mentre quello maschile si attesta a 26,9%. In generale il tasso di inattività si attesta al 37,9%.
La crisi impone di tagliare le spese e correre il minor rischio possibile in vista dei maxi-rincari che ci sono e ci saranno a breve come l’aumento del carburante, dei trasporti, delle bollette e degli affitti. Per non parlare dei generi alimentari come la carne, il pesce ed il riso.
Così gli studenti e i neolaureati pagano il conto più salato, e uno su tre rimane a casa. Nessun titolo di studio li difende dalla crisi, anzi il rischio è che una laurea si trasformi in un’assunzione come cameriere in un bar qualsiasi, perché il lavoro, se si trova, è a tempo determinato. Così da neolaureati, i giovani diventano “sotto inquadrati”, cioè occupati che svolgono una professione inferiore al proprio livello di studio. Così fa da argine la famiglia e rimanere da mamma e papà non è più una scelta, ma una necessità.
Se si dà una occhiata fuori dai confini, si scopre che i problemi non mancano, ma il sistema di welfare crea per i giovani passerelle e punti di sostegno una volta usciti di casa: borse di studio, sussidi per l’affitto, garanzie su prestiti e mutui, assegni universali per i figli. Insomma, non saltano nel vuoto se lasciano la famiglia di origine. Al contrario, dispongono di una rete di sicurezza che consente di gestire la flessibilità e spesso di usarla a proprio vantaggio. Bisogna inoltre considerare che il mercato del lavoro in Italia segue regole differenti dalla gran parte degli altri paesi europei. E questo vale soprattutto per chi cerca un primo impiego. Nel nostro paese il mercato non è elastico e chi fa selezione cerca un profilo lineare. Questo è il risultato di un ambiente normativo in cui le aziende cercano un rapporto duraturo con i propri impiegati, per cui devono essere sicuri che quella sia la persona giusta, con tutte le competenze che richiede il settore.  Inoltre in Italia c’è il rischio di rimanere intrappolati nella rete della precarietà, perché una volta trovato un lavoretto provvisorio, in attesa di quello dei sogni, diventa poi difficile cambiare settore.
Ma ultimamente un utile aiuto lo stanno dando le inserzioni sul web ei servizi di placement delle università, strutture sempre più idonee a mettere in contatto neolaureati e realtà imprenditoriali in modo da avere una preparazione eccellente e dare al proprio percorso una direzione precisa, in modo da acquisire conoscenze specifiche. In questo modo ci si rende conto delle dinamiche del mercato. Senza dubbio questo è uno degli strumenti più efficaci di inserimento nel mondo professionale, proprio perché permette ai giovani che non hanno ancora concluso gli studi di fare esperienza diretta del mondo del lavoro, evitando di trovarsi spaesati una volta usciti dall’università. L’escamotage è mettere a frutto le proprie capacità, armandosi di una buona preparazione, senza mai perdere di vista quel che accade fuori, perché è lì che tutti stiamo andando.

Paola Ferrario

«Certo non è una manovra volta alla crescita». A dirlo è Giorgio Arfaras, direttore della Lettera economica del Centro Einaudi. Tra le istituzioni comincia a palesarsi il rischio recessione, ieri lo ha ribadito Confindustria. Nel frattempo, gli economisti più liberali, o comunque vicini al governo, nutrono una consapevolezza radicata da più tempo. E ammettono che la strada imboccata da Monti è destinata a passare dalle forche caudine dei sacrifici per tutti. Sempre ieri, il ministro Passera ha sposato a pieno l’analisi di Confindustria. «L’Italia aveva bisogno di una legge finanziaria veloce, per regolare i conti pubblici ed evitare l’avvitamento verso il basso», spiega ancora Arfaras. «Una volta che sarà stoppata, o almeno frenata la discesa, di potrà pensare a come crescere».
Le prospettive sul breve periodo, tuttavia, restano preoccupanti. Gli istituti di ricerca concordano nel prevedere una flessione riguardo alla produttività del nostro Paese. L’Osce stima un meno 0,5% del Pil. «Noi del Centro Einaudi crediamo che si arrivi all’1,5% o addirittura al 2% negativo». Sulla stessa linea si trova il Centri studi di Confindustria, che ha parlato di «pieno inverno per tutta la zona euro». Risuona stonata, invece, la mancanza di un rapporto firmato dall’Istat. È la prima volta che l’istituto nazionale si sottrae da questo compito. Molti vi scorgono un disincantato pessimismo. Meglio star zitti, che tracciare un quadro a tinte troppo fosche. Questo sarebbe il senso.
Peraltro, i prossimi sei mesi potrebbero essere i più duri. La seconda metà del 2012, invece, è plausibile immaginare che sia leggermente di recupero. I tempi però sono lunghi. «Dobbiamo renderci conto che la crescita è un fenomeno di ricostruzione e quindi è lento per propria natura. Questo stride con il crollo economico attuale, la cui velocità è implicita». Quello del nostro interlocutore non è mero fatalismo. I comparti volano dell’economia sono quelli che sono. «Il Pil si aumenta con l’aumento dei consumi, degli investimenti, oppure incrementando le esportazioni o la spesa pubblica» (entrambe al netto rispettivamente di importazioni ed entrate, ndr). Arfaras ricorda che incidendo positivamente su una di queste voci, l’economia avrebbe tutte le possibilità di ripartire. Ci sono però degli ostacoli che esulano dalla manovra montiana. Nella attuale fase di recessione, è impensabile un aumento delle spese da parte dei consumatori. «Se poi sommiamo il rischio di vedersi prorogata l’età pensionabile, l’eventualità si fa ancora più lontana». La gente ha paura di spendere. È entrata in un loop di condizionamento psicologico che non le permette di aprire il portafoglio. Anche nell’eventualità che esso sia pieno. Gli investimenti a loro volta restano congelati, in quanto l’industria italiana è in eccesso di capacità produttiva. In sostanza, i magazzini sono pieni. Prima di mettere mano al portafoglio per realizzare nuove risorse, è necessario smaltire le scorte di troppo. Differente è poi il caso delle esportazioni. «Non possiamo credere che il made in Italy riceva una scossa di ottimismo dai mercati stranieri nell’arco di una nottata», aggiunge Arfaras. E quando si riferisce ai tempi lunghi è proprio sulla bilancia commerciale che si focalizza. Tutto il mercato europeo è osservato con scetticismo dagli stranieri, sia come esportatore sia in qualità di territorio dove investire. La considerazione può mutare. Tuttavia, ci vorranno mesi. Lo ha ammesso la stessa Merkel, a capo di una Germania così frettolosa e incapace di stare al passo con il resto dell’Ue. Per la ripresa sono richieste pazienza e tenacia.
«L’aumento della spesa pubblica, infine, potrebbe avere una ragion d’essere, se solo il bilancio fosse più contenuto». In tal senso, si cade nel circolo vizioso dello Stato che eccede in uscite e, di conseguenza, è costretto a chiedere sempre di più ai suoi cittadini. Aumentando le tasse, si rallentano i consumi. E delle conseguenze di questo abbiamo già detto.
E per le liberalizzazioni? Giusto in questi giorni, il governo è sotto attacco perché non avrebbe calcato la mano su una questione cruciale come questa. Arfaras ribadisce che anche le relative ripercussioni non è detto che possano rivelarsi virtuose già da domani. «Il fatto di poter acquistare farmaci al supermercato è un’ottima idea, ma non incide sulla crescita». Ancora più evidente lo si vede nel mercato del lavoro. «La sua liberalizzazione, che personalmente auspico, porterebbe le imprese a intervenire sui lavori meno produttivi. È clinicamente testato, quindi, che si avrebbe un’iniziale crescita della disoccupazione. Solo dopo, una volta riassestato il sistema, le imprese avvierebbero la stagione delle assunzioni». Chi critica la scarsità di interventi da Monti e Catricalà, a suo tempo entrambi alfieri delle liberalizzazioni, sostiene che il governo si sarebbe nascosto dietro la giustificazione dei tempi tecnici. In realtà, l’esecutivo è consapevole che misure di questo tipo, per quanto necessarie e urgenti, possano essere fatte una volta tamponata la falla dei conti pubblici. E, anche in quel caso, sarà richiesto più tempo dello sperato per beneficiare della deregulation. L’ipercriticismo adottato dagli osservatori verso l’esecutivo nascerebbe da una approssimazione di vedute. Perché i mali di un’economia sono visibili sull’immediato. Ma non è lo stesso per la crescita. «Questa sarà invece possibile mediante il varo di manovre ben precise, ciascuna orientata al risanamento di uno specifico settore della produttività nazionale».

Pubblicato su liberal del 16 dicembre 2011

Televisioni nel mondo

La televisione cinese è come quella italiana. Salvo la libertà e il numero di tette.
In Cina ci sono tre tipi di programmi molto seguiti. Uno è il format “premio televisivo”, che di solito ha gli ascolti più alti. Per esempio c’è il Lunar New Year Gala trasmesso la notte di capodanno, visto da circa un miliardo di persone. È una vera istituzione in Cina: misto di canzoni pop, danza contemporanea e sketch di famosi comici, ha preso il posto di tutti i riti familiari tradizionali. Tiene inchiodate al video milioni di famiglie delle campagne. È seguito fra l’altro anche dai leader politici. L’unica nota piccante sono le chiacchiere sulle cantanti pop che pare siano amanti dei membri più influenti del governo. Il resto del paese può sognarsele di notte.
Il secondo format in ordine di importanza è il talk show stile Oprah Winfrey, la più importante fonte di guadagno per le emittenti. Costa poco e fa ascolti mostruosi se il presentatore riesce a far piangere in diretta gli ospiti. Ce ne sono due: uno è basato sulle interviste a celebrità, l’altro è condotto da una donna molto magra, già definita la “Oprah cinese” Yang Lan.
La sua carriera televisiva nasce nel 1990, come conduttrice di Zheng Da, varietà pubblicato sulla rete nazionale cinese. Le sue interviste diventano celebri, ed è soprattutto grazie a queste che la sua carriera prende il volo in Yang Lan Horizon (oggi noto come Yang Lan One on One), programma di attualità che la conduttrice ha creato in collaborazione col marito Bruno Wu, ricco imprenditore e business man. Personaggi di fama internazionale si susseguono di puntata in puntata, tra cui spicca l’intervista ai politici e coniugi Bill e Hillary Clinton, al politico Henry Kinssinger e l’attrice Nicole Kidman. La scarsezza di informazioni con cui viene a contatto il pubblico cinese per via delle continue censure da parte del governo attuale ha reso il programma e le interviste di Yang un modo per colmare il vuoto di conoscenza, rendendo popolari temi di attualità e creando un vero ponte tra la Cina e il resto del mondo.
In tutto questo Yang Lan ha lanciato nuovi format e programmi televisivi rivolti al pubblico femminile, si è espansa sul web, ha comprato e venduto emittenti televisive, costruendo pezzo per pezzo il suo piccolo impero. Fino a diventare oggi non solo un volto, ma anche un simbolo della Cina e delle protagoniste femminili della sua grande espansione. L’unica differenza è che pesa più o meno quanto una gamba di Oprah.
Il terzo tipo è quello del reality show. Certo c’è anche in Cina. In questi programmi le partecipanti si vestono in un modo assolutamente non comune per una cinese, mostrando più del normale.
La censura cinese insomma è molto sensibile al seno di una donna. I cinesi non hanno mai visto le nudità delle televisioni italiane. Una legge degli Anni cinquanta infatti stabilisce il limite massimo di pelle nuda che una donna può esporre in televisione: otto centimetri. Non bastano nemmeno a mostrare il décolleté.
Negli ultimi anni i produttori hanno capito che il sesso vende, ma i loro ripetuti sforzi per portare un po’ di nudità sul piccolo schermo sono falliti. Alcuni sono anche finiti in galera.
Un altro esempio di censura cinese riguarda la sospensione del popolare programma televisivo Super Girl, modellato sulla trasmissione statunitense American Idol. Il programma, prodotto dalla televisione provinciale dell’Hunan, ha spesso presentato personaggi anticonformisti, giovani che parlano lo slang delle loro città e che usano un linguaggio che, nelle parole del censore, “offendono esponenti delle vecchie generazioni”. Super Girl era già incorso nelle ire della Sarft, l’organismo addetto al controllo della tv, della radio e del cinema, nel 2007, quando era stato imposto ai produttori di non eccedere col programma la lunghezza di 90 minuti. In una nota comparsa sul suo sito web,la Sarft accusa i produttori di non aver rispettato il limite, oltrepassando regolarmente i tempi a discapito delle altre trasmissioni.
Dedicato ai giovani, Super Girl é stato acquistato da altre televisioni regionali e ha centinaia di milioni di spettatori in tutta la Cina.
E l’intervento sarà ancora più vasto. Si tratterà di una rivoluzione nei palinsesti: i programmi di intrattenimento saranno sottoposti a una rigida censura e come se non bastasse, nelle scalette da gennaio 2012, saranno inseriti non più di due programmi di intrattenimento al giorno. La ciliegina sulla torta è data dall’obbligo per le reti televisive di trasmettere nella fascia oraria 18-24 almeno due ore di telegiornale (rigorosamente controllato dal Partito) e almeno un programma che abbia l’esplicito compito di veicolare i valori della “tradizione comunista”.
Una riforma che sta suscitando malumori non solo tra i cinesi qualunque, ma anche tra i cinesi invischiati nella politica. Scrive infatti Agi China 24: Allarmi contro i pericoli di questa campagna sarebbero stati lanciati anche dai “taizi”, i discendenti dell’aristocrazia del Partito Comunista Cinese, che secondo voci non confermate si sono riuniti all’ inizio del mese per celebrare il trentacinquesimo anniversario della fine della Rivoluzione Culturale.
Vietate anche le pubblicità a sfondo sessuale o che abbiano qualche riferimento esplicito sulle televisioni e radio cinesi. Lo ha deciso la Sarft emettendo una circolare con la quale si chiede maggiore autocontrollo negli spot pubblicitari. Ma il nuovo regolamento tende a restringere sempre di più qualsiasi forma pubblicitaria nel Paese.
Secondo la circolare, nessuna pubblicità potrà essere mandata in onda tra i titoli, nel corpo o nel trailer di drammi televisivi e il divieto di recente si è esteso a tal punto che durante i programmi di 45 minuti non si potranno mandare in onda annunci.
Le emittenti dovranno esaminare tutti gli spot che hanno a che fare con farmaci, macchinari medici, attrezzi e integratori per la salute soprattutto quelli che appaiono nelle televendite. Niente promozioni anche durante le notizie e neanche camuffate da notizie, così come divieto per i giornalisti a fare pubblicità a prodotti.
Anche in rete ci sono forti censure Google, Facebook e Twitter: i web 2.0 non sono ancora una realtà in Cina, a differenza di altri Paesi.
Per sostituirli, il governo ha deciso di creare alcuni social media su misura del Partito. Ecco quindi che Facebook diventa Ren Ren, Twitter diventa Sina Weibo. Lo scopo? Concedere al popolo il vezzo della modernità e allo stesso tempo evitare grattacapi al regime.
Infatti bisogna ricordare che in Cina un miliardo e mezzo di persone sono private dei diritti politici, della libertà di espressione e della libertà religiosa.
In Cina finisce in galera chi naviga in siti internet non autorizzati e chi critica la corruzione dilagante.
Ma qualcosa è andato storto. O per meglio dire storto dal punto di vista della classe dirigente cinese e per il verso giusto per il futuro democratico del paese. I social network dagli occhi a mandorla, infatti, sono diventate piattaforme di libera discussione. La gente ha squarciato il velo della censura e conquistato l’orizzonte del web 2.0. Ovviamente questo non vale per tutta la comunità cinese di internauti, ma per una buona parte sì. In particolare quella che fa riferimenti al sito di microblogging, Sina Weibo.
Il governo cinese, dunque, ha buoni motivi per intervenire ancora più massicciamente nel mondo dei media, se vuole mantenere intatto il suo regime. Tuttavia, c’è un’altra causa in ballo: la Cina vuole vendere all’estero non solo grazie al basso costo ma anche facendo leva sul brand, come accade per le economie occidentali. Per farlo, deve rendersi appetibile e, di conseguenza, deve proporre un’immagine granitica e sicura di sé. E’ ovvio che per mostrare forza all’esterno, bisogna detenerla all’interno. Ecco il senso dei nuovi provvedimenti per limitare televisioni e social media.
Si parla spesso di questo Paese nei temi d’attualità: economia, mercato globale, superpotenza, concorrenza, sono tutti termini che si associano quotidianamente al grande impero asiatico. Paese che ha fatto passi da gigante in ogni settore produttivo, che ha avuto uno sviluppo economico dalla rapidità sconvolgente, che è, oggigiorno, la seconda superpotenza mondiale, destinata a diventare la prima surclassando gli Stati Uniti.
Eppure ancora così lontano da una piena democrazia.

 

 

 

 

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