La presenza della minoranza cristiano-copta in Egitto rappresenta da sempre un motivo di apprensione per il governo del Cairo. La difficile convivenza con la maggioranza musulmana è sfociata spesso in scontri diretti. L’ultimo risale alla notte tra il 6 e il 7 gennaio scorsi. Notte che, secondo il calendario copto, corrisponde a quella di Natale. In questo caso si è trattato di un drammatico scontro a fuoco che ha provocato la morte di nove persone, otto cristiani e un poliziotto musulmano coinvolto nel tentativo di porre fine alla sparatoria, insieme a una decina di feriti. La tragedia è avvenuta fuori da una chiesa, alla fine delle celebrazioni natalizie, nel piccolo villaggio dell’Alto Egitto di Anba Basava. Secondo la ricostruzione dell’accaduto, si è trattato di una vendetta condotta da alcuni musulmani in seguito al rapimento e allo stupro di una bambina della loro comunità. Crimine di cui erano accusati alcuni fedeli cristiani. Alla aggressione dell’altra notte, è seguita una violenta manifestazione di protesta da parte dei cristiani di fronte alla centrale di Polizia locale, accusata di non essere intervenuta per tempo nell’evitare la tragedia. Tutto questo avveniva mentre al Cairo Gamal Mubarak, figlio del Presidente egiziano e in sua rappresentanza, prendeva parte alla Messa solenne celebrata dal Papa copto Shenuda III. Una volta giunta la notizia in Europa, non si sono fatte attendere le dichiarazioni di critica e preoccupazione per quanto successo. Il governo italiano, per voce del ministro Frattini ha condannato l’episodio e ha espresso la sua preoccupazione per i rischi in cui incorrono quotidianamente i cittadini egiziani di fede cristiana. La discriminazione, unicamente sociale, dei copti rispetto al resto del mondo egiziano ha le caratteristiche di un fenomeno carsico che sta attraversando in questo momento una fase di maggiore criticità e conseguentemente di piena visibilità. Negli ultimi mesi infatti gli scontri sono diventati più frequenti. Dagli episodi sporadici di regolamenti di conti a livello locale e nello stesso villaggio, si è passati a casi di omicidio e scontri a fuoco di maggiore portata. Spesso esponenti di gruppi musulmani dichiaratamente radicali si sono scagliati contro questa minoranza cristiana, cercando di emarginarla il più possibile volendo metterne in discussione la sua stessa presenza nel Paese. Di fronte a questo le autorità sono state accusate di inoperosità e di compiacenza con i civili musulmani autori di questi “raid punitivi”.
L’episodio di Natale è solo il più recente e sanguinoso tra i casi di violenza negli ultimi mesi. All’inizio di maggio 2009 inoltre aveva suscitato molte polemiche la decisione delle autorità sanitarie egiziane di chiudere tutti gli allevamenti suini dei copti, per il rischio di pandemia dell’influenza A. Ne era seguita una vera propria mattanza dei maiali allevati dai cristiani. L’operazione ebbe le immediate ripercussioni negative sull’economia di questa minoranza, prevalentemente impegnata nel settore dell’agricoltura. Del resto molte erano state le critiche indirizzate alle istituzioni cairote che, secondo alcuni, avevano agito in questo modo più per motivi di ordine pubblico che di igiene sanitario collettivo. Eliminare un animale “impuro”, come è il maiale secondo il precetto coranico, avrebbe tenuto sotto controllo le frange più estreme dell’Islam nazionale, che non possono concepire la presenza di allevamenti suini gestiti da cristiani in Egitto. Inoltre avrebbe fatto da sprone affinché la comunità copta cominciasse a valutare l’idea di abbandonare il Paese. Queste supposizioni – in malafede, per quanto fino a un certo punto – sono state fugate dalla partecipazione di Gamal Mubarak alla funzione natalizia dell’altra notte. La rappresentanza della Presidenza egiziana di fronte alla massima autorità ecclesiastica copta risulta come un gesto di conciliazione nonché di riconoscimento della presenza cristiana in Egitto. Hosni Mubarak, attraverso suo figlio, ha voluto garantire la sua personale protezione a Shenuda III e ai suoi fedeli. La Chiesa copta d’Egitto infatti si sente scarsamente protetta e vede la sua comunità scappare da un Paese divenuto ormai inospitale. Il problema di questa minoranza è essenzialmente demografico e sociale. Tuttavia non sono disponibili cifre attendibili sul numero di cristiani presenti nel Paese. Un rapporto del 2009 della George Washington University (Washington Dc) parla di circa 8 milioni di cristiani copti con passaporto egiziano. Si tratta del 10% della popolazione totale del Paese, una minoranza comunque di alto livello, la quale costituisce un centro di potere e di pressione politica da non sottovalutare. Da qui l’interesse di Mubarak a non creare frizioni con il clero copto. Il problema per il Cairo però è che nel 2011 sono fissate le elezioni presidenziali. Se il rais intenderà mantenere il potere, o trasmetterlo al figlio senza creare strappi nei delicati equilibri sociali del Paese, sarà costretto da oggi in poi a effettuare pazienti lavori di bilanciamento, onde evitare di offendere la comunità copta e quindi perderne il sostegno, come pure riuscire a non compromettere la sua immagine di fronte all’elettorato musulmano.
Pubblicato su liberal dell’8 gennaio 2010