La guerra è il motore del mondo. Diceva George Clemanceau. Come avviamento della macchina infernale però, vi sono le ragioni economiche. Sappiamo che le operazioni della Nato in Libia sono scaturite dalla necessità impellente di rivedere i contratti, gli appalti e l’intero sistema degli interessi petroliferi, una volta che le cancellerie occidentali si sono rese conto della caduta di Gheddafi. In realtà questo è ancora in auge. Tuttavia, non si può negare che il forse affrettato intervento francese fosse giustificato dalle ambizioni di Sarkozy di fregiarsi, anche lui, di una guerra. Come ogni grande leader che si rispetti.
L’iniziativa delle Eliseo, però, si è sviluppata secondo uno schema anglosassone, invece che latino. O comunque dell’Europa occidentale. Londra e Washington non muovono guerra senza che vi sia una giustificazione morale. Per quanto debole possa essere. È stato il petrolio a dare il La alle operazioni in Iraq. Ma è stato il nobile fine di portare la democrazia e scalzare Saddam che ha permesso ai due governi di figurare immacolati di fronte all’opinione pubblica. In pratica, Gran Bretagna e Stati Uniti, prima di attaccare, alzano un vento di pressione intellettuale sulla coscienza collettiva. Giornali, think tank e atenei fanno da avanguardia politica alle Forze armate. Poi, a guerra più o meno conclusa, arriva la massa di investitori.
La Franciasta cercando di seguire questo canovaccio. Poco prima chela Libiafosse inglobata nel turbine della primavera araba, la sofisticata rappresentanza intellettuale parigina ha cominciato a chiedere un intervento per il mancato rispetto dei diritti umani da parte di Gheddafi. All’inizio si parlava di coinvolgimento delle Nazioni unite. Poi è stato fatto un diretto riferimento alle armi. Sarkozy, da questo punto di vista, ha saputo cogliere un’occasione. Ha approfittato della disponibilità della mens cogitans transalpina per salire su un carro armato forte di un giustificativo che esulasse dalle ragioni economiche.
La mossa gli è riuscita solo parzialmente. Primo perché non si è avuto uno sviluppo temporale abbastanza lungo affinché gli intellettuali francesi elaborassero un vero “manifesto per l’intervento”. Secondo perché tutti pensavano che Gheddafi sarebbe caduto in poche settimane.
Resta il fatto che politica e cultura, a Parigi, vadano ancora a braccetto. Ecco il motivo per cui ieri un filosofo come Bernard Henry Lévy sia comparso al seguito del presidente francese che, insieme al premier britannico Cameron, è giunto a Tripoli.
Lévy si conferma essere una personalità capace di calcare la ribalta con grande disinvoltura. Il suo ruolo però non è individuale. Egli è il capocordata di una vera e propria lobby. Un gruppo di pressione, francese per terra di attività, ma non esclusivamente francese in termini identitari. La règle du jeu, rivista fondata dallo stesso Lévy, circa vent’anni fa, è un’iniziativa che spiega molte dinamiche culturali dei nostri cugini.
È dalle sue colonne che si è mossa la moral suasion che ha fatto da benzina ideologica all’Eliseo. “Ultimo appello per un intervento urgente in Libia”, questo il titolo di un editoriale a sei mani, firmato dallo stesso Lévy, insieme a Daniel Cohn-Bendit e André Glucksmann. Il testo è stato poi sottoscritto da almeno un’altra dozzina di firme note nel Pantheon parigino.
È questa testata che promuove un dibattito aperto, anche polemico, con l’Islam. «Non contro l’Islam, bensì per evidenziare un distinguo, nel suo interno, tra il fondamentalismo e le spinte verso la democratizzazione». Così si legge nella presentazione della rivista. Per inciso: nel comitato editoriale figurano firme che giungono da tutto il mondo. C’è il nostro Claudio Magris, come pure Salman Rushdie. In questo senso, la règle du jeu oppone il metodo Le Pen, razzista e impostato sul pregiudizio anti-Corano, al terrorismo, colpevole dell’assassinio di Ahmad Shah Massoud, il Leone del Panshir, assassinato il 9 settembre 2001 e la cui morte, a giudizio dei francesi va vista come l’inizio di questo intenso decennio di guerre.
Lévy e soci non vogliono creare una repubblica dei filosofi. A loro giudizio la storia ha già annientato questa chimera. Tuttavia, La règle du jeu non manca di idealismi. Come dei nuovi Victor Hugo vogliono che la cultura torni a stimolare l’attività politica. Sia presso l’elettorato. Sia a livello di decision maker. In questo è netta la differenza dai colleghi britannici e statunitensi. Oltrela Manicae al di là dell’Atlantico, le iniziative culturali sono più analitiche e meno passionali. D’altra parte, i francesi restano pur sempre latini. Anche quando fanno i lobbysti.