Gilad Shalit sarà presto libero. E con lui anche un numero poco chiaro di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Dopo una trattativa di giorni – o forse anni – che ha portato all’elenco dei beneficiari dell’amnistia, nel pomeriggio di ieri, è giunta anche la notizia del rilascio di circa ottanta cittadini egiziani. Lo scambio include la liberazione di Ilan Grapel, agente del Mossad detenuto al Cairo da pochi mesi. Israele chiude il caso Shalit con un “liberi tutti” che spiazza stampa internazionale e opinione pubblica interna. Fino a poco tempo fa si era creduto che il governo Netanyahu avrebbe conservato quella linea dura che lo ha costretto a chiudere i negoziati con l’Autorità palestinese sulla questione dei confini. Si era pure pensato che, a costo di un suo soldato – o forse per la sua liberazione – sarebbe stato capace di scatenare l’ennesimo attacco su Gaza. In realtà, per come si sono sviluppate le cose, sembra che l’esecutivo abbia optato per l’indulgenza verso Hamas. È tutto molto, troppo fluido.
Il 26 giugno 2006, Gilad Shalit, sergente maggiore delle Israeli Defence Force (Idf), cade nelle mani di un commando palestinese che, dalla Striscia di Gaza, è penetrato su suolo israeliano attraversando il tunnel che passa sotto Kerem Shalom. Appena 14 giorni prima altri due uomini di Tzahal, Eldad Regev ed Ehud Goldwasser, erano stati sequestrati da Hezbollah. L’operazione ha fatto da casus belli alla guerra dei 34 giorni. La cattura di Shalit rientra nel parallelo contesto di scontri a fuoco che lo Stato maggiore israeliano ha denominato “Operazione pioggia d’estate”. Le Idf pretendono la consegna dei tre ragazzi caduti nelle mani nemiche e, al contempo, decapitare i vertici militari di Hamas e del Partito di Dio. L’obiettivo fallisce su tutta la linea. Dopo un mese a passa di raid sul Libano del Sud, Hezbollah non cade. Nessuno dei tre uomini viene rilasciato. Mentre la situazione a Gaza resta incerta. È anche il periodo immediatamente successivo alla vittoria elettorale di Hamas. Il che fa della Striscia l’epicentro di quel caos politico che regna ancora oggi in seno ai palestinesi.
Nei mesi successivi a Beirut e dintorni, il movimento sciita tornerà a essere nuovamente forte. Sia politicamente, sia in termini di arsenale a disposizione. Non solo nella Valle della Beka’a, ma in tutto il Paese dei cedri. I corpi di Regev e Goldwasser, invece, verranno restituiti alle rispettive famiglie due anni dopo, in seguito a un impari scambio. Israele libererà un assassino di bambini della pasta di Samir Quntar, il druso affiliato all’Olp, responsabile del massacro di Naharya (1979).
Nel biennio 2006-2008, Israele è stata governata da Kadima, il partito di centro fondato da Sharon prima che cadesse in un coma irreversibile. La sua ultima creatura politica era stata salutata come la quadratura del cerchio per far uscire il Paese da un bipolarismo ormai sterile e condurlo alla risoluzione del processo di pace. Il piano non è riuscito. E non solo per l’ictus che ha annientato il Leone del Negev. Il suo successore Ehud Olmert ha trascinato Israele verso l’ennesimo conflitto su Gaza, senza risolvere i problemi. Il processo di pace è andato avanti come un macchinoso volano e l’ingovernabilità ha fatto della Knesset un’aula parlamentare in cui le crisi di governo sono all’ordine del giorno. Olmert è caduto e il Likud di Netanyahu ha guadagnato la premiership solo a costo di un patchwork di partiti che ingloba, non si sa come, esponenti della destra ultra-ortodossa, quella laica, gli immigrati russi e i laburisti. Questi i fatti.
Stando ai precedenti, è già una fortuna che Shalit sia vivo. Aveva vent’anni quando è stato sequestrato. Oggi sta per tornare in libertà con un bagaglio di cattività che può portarlo a essere il paladino dei promotori di un dialogo con Hamas, come pure per coloro che invece vorrebbero spianare Gaza senza tanti scrupoli. Cinque anni di prigionia per cosa? Per tornare tra le braccia della propria famiglia. Questo sì. E ieri, a tale proposito, si è consumato l’ulteriore dramma tra suo padre, Noam, e i congiunti di alcune vittime di attentati terroristici, firmatari del ricorso contro l’accordo fra il governo e Hamas. Ricorso che non può essere accolto dalla Corte suprema. Tuttavia, è stato spalleggiato dalla destra religiosa, la quale giudica la decisione di Netanyahu come un “premio al terrorismo”. Quando il ragazzo tornerà a casa dovrà passare dalle forche caudine della stampa nazionale. Eroe o capro espiatorio di un compromesso apparentemente amaro per Israele?
È paradossale, eppure la liberazione di Shalit sta sollevando molti più dubbi che certezze. Del governo Netanyahu si dice che stia cedendo indiscriminatamente al nemico, per un solo uomo e senza rendersi conto di negoziare con i terroristi. Eppure, quando il premier faceva l’arrogante di fronte a Obama per la questione degli insediamenti, lo si accusava di eccessiva intransigenza. Resta poi la domanda, retorica e mai scontata: con chi si dialoga se non con gli avversari? Sharon, a suo tempo, ha evacuato Gaza in un’estate. E ancora oggi glielo fanno pesare perché la scelta non è stata presa a tavolino con la controparte palestinese. Questo vuol dire che l’esecutivo israeliano abbia i giorni contati?
Il segretario generale dell’Onu, Ban ki-Moon, ha accolto l’accordo come «una tappa positiva per la pace». Nella sequela di superficialità che stanno facendo da corona al caso, il Palazzo di vetro non si smentisce. In che maniera il ritorno a casa di Shalit sbloccherebbe i negoziati? L’Onu è convinto che dopodomani Israele riconoscerà Hamas come un interlocutore credibile e quindi lo accoglierà al tavolo della pace?
Il problema è anche palestinese. In primis perché Hamas ha dato l’ok al rilascio in cambio di un’importante libbra di carne. Forse nemmeno la segreteria del partito di rende conto della forza propagandistica e operativa scatenata dallo scambio. Dei 1.046 ex detenuti quanti saranno quelli disposti a seguire una quotidianità da ex galeotto e non imbracciare nuovamente il kalashnikov per andare a cercarsi un nuovo Shalit? E ancora: Hamas adesso spera di guadagnare terreno rispetto a Fatah?
Tutte queste domande hanno una risposta. Ma nessuna di esse è inconfutabile. Si può pensare che Netanyahu abbia ceduto per rafforzarsi sul fronte progressista e poi calare l’asso in merito agli insediamenti. Shalit in cambio di una revoca alla road map sui confini ante ’67. Si può fare! Come del resto si può fare un’altra guerra su Gaza ora che tutti sono tornati nella Striscia. Hamas, dal canto suo, canta vittoria. E sul breve periodo può avere anche ragione. Ma che farà Khaled Meshal se a Damasco Assad fosse costretto a ritirarsi e a Teheran gli Ayatollah non avessero più un assegno da staccare? Peraltro molti dei detenuti palestinesi saranno esiliati in Egitto. C’è da capire quanto sia soddisfattala Giuntamilitare del Cairo nel vedersi arrivare questo blocco di sospetti terroristi.
E Fatah? Abu Mazen è rimasto tagliato fuori dai giochi. Formalmente era naturale. Realisticamente fa capire come per Israele sia facile snobbare il proprio interlocutore ufficiale e andare a parlare con chi ritiene l’effettivo rappresentante di un mondo palestinese sbriciolato in troppe compagini. Perché questa è l’Anp. Tra un neanche un mese, saranno sette anni dalla scomparsa di Yasser Arafat. Possibile che il processo di pace sia ancora orfano di un personaggio tanto discusso?
Israele scambia un solo soldato con migliaia di terroristi, alcuni dei quali hanno ucciso decine di cittadini, e una volta liberi, in barba a qualisias garanzia data, torneranno a farlo.
Dal punto di vista logico e matematcio mi sembra una follia.
Ma se il governo per ragioni politiche non sa resistere al partito delle mamme, allora non gli restano che due alernative:
- arrendersi senza condizioni;
-oppure, se vuole continuare a combattere, NON FARE PIU’ PRIGIONIERI