Non è necessario che la Nato dia la propria ferale conferma che quelli inquadrati siano Marines degli Stati Uniti, oppure che ci dica che siamo in Afghanistan e che i soldati stiano facendo quello che stanno facendo. L’eloquenza delle immagini è on line. Non c’è bisogno di un verdetto finale da parte del comando centrale. E se questo venisse, sarebbe grottesco. Siamo nell’anticamera di un’Abu Ghraib atto secondo, in salsa afgana. Quel che si può temere è un’eventuale reazione dei talebani. Anche loro navigano su internet. E non osiamo immaginare come potrebbero comportarsi nella malaugurata ipotesi che un ragazzotto dell’Iowa o di Chicago cadesse nelle loro mani nei prossimi giorni. L’Asia centrale è un posto dove la legge del taglione ha ancora un senso. Stabilire chi sia superiore o inferiore, in questo momento, è davvero difficile. La guerra in Afghanistan sta mostrando il peggio di sé da ambo i fronti. Per favore non parlateci di giudizi politicamente scorretti sulle civiltà locali.
Dopo la guerra d’Etiopia, nel 1936, si era parlato per la prima volta di “italiani brava gente”, accezione poi ripresa dalla cinematografia degli anni Sessanta del secolo scorso e dal libro di Del Boca sulla nostra colonizzazione in Libia. Con quelle parole si cercava di far passare il nostro Paese come immune alle accuse di aver fatto ricorso al gas nervino per accelerare le sorti del conflitto nel corno d’Africa. Noi andavamo in Etiopia non per conquistarla, ma per civilizzarla. Oggi la Nato sarebbe in Afghanistan non per distruggere un Paese già piegato da altri passati scontri, bensì per introdurvi la nostra democrazia. Exporting democracy, l’aveva chiamata così Bush a suo tempo. Nato brava gente, quindi! Certo, ogni tanto, la guerra può sfuggire di mano. In Etiopia come in Afghanistan. Sicché gli ufficiali gentiluomini si sfilano i guanti bianchi per fare scempio del corpo del nemico.
Questo perché in guerra tutto è lecito. Trattasi di un ulteriore luogo. E comunque non è così. Primo perché il rispetto del nemico, anche da caduto, è proprio della cultura occidentale. Almeno sulla carta. Chi non prova un senso di pietà per il corpo di Ettore trascinato da Achille lungo le mura di Troia, sotto gli occhi disperati di Priamo? Una scena straziante scritta più di tremila anni fa. I talebani non sono troiani, mentre pochi tra gli americani sanno chi fossero gli achei. D’altra parte, fare del cadavere del nemico un trofeo (XVIII secolo prima di Cristo) e orinare oggi sui resti di un morto non è lo stesso. E francamente quest’ultima è più disgustosa.
C’è un però. Ed è essenziale. Dei gas in Etiopia se ne parlò sottovoce. Un po’ perché i mezzi di comunicazione, in quegli anni, erano quello che erano. E soprattutto perché a dirlo più forte, si sarebbe rischiato grosso. A sua volta, dello scempio che hanno fatto i talebani durante il loro governo dell’Afghanistan, noi ne siamo venuti a conoscenza solo dopo l’inizio della guerra. Oggi, grazie a un telefonino e a quella libertà di stampa, che resta certamente made in Usa, possiamo arrogarci il diritto di commentare le oscenità della guerra senza il timore di censure o persecuzioni. La stampa americana e quella europea puntano giustamente l’indice contro quei non più bravi soldati che insozzano i cadaveri dei nemici. Il Pentagono ha già detto che aprirà la sua inchiesta. Non giudichiamo i risultati a priori. La pena inflitta ai carcerieri pervertiti di Abu Ghraib magari non è stata all’altezza della reato commesso. Tuttavia la notizia è circolata e le istituzioni hanno scelto la strada della trasparenza. Segno che la democrazia funziona. Magari ogni tanto si inceppa. Però c’è.
Afghanistan: una storia che si ripete
13 gennaio 2012 di worldonfocus
penso che il suo pensiero sia corretto, i responsabili, anche grazie al fatto che siamo occidentali democratici, saranno identificati e saranno puniti. certo ci sarebbe da sapere cosa c’era “dietro”, magari un attacco taleano durante il quale sono morti compagni dei ragazzi ripresi ad offendere il corpo dei nemici uccisi, oppure stress, oppure semplice voglia di far notizia. di sicuro un atto disdicevole, ma la guerra onorevole esiste ancora o è mai esistita ? la guerra è l’annientamento del nemico , la liberazione di popolazioni sottomesse o territori occupati o l’ affermazione della propria supremazia o la difesa dall’attacco. nella guerra conta chi colpisce per primo, ha buone truppe, un buon supporto logistico e un popolo alle spalle che appoggia i ragazzi in missione. si pensa che questo inasprirà i rapporti tra talebani e soldati occidentali ? non credo che ci sia bisogno e che i talebani o insurgens che si voglia applicherebbero la convenzione di Ginevra ai disgraziati prigionieri catturati. Ricordo che i soldati russi tenevano quasi tutti una pistola di riserva “ultima” in caso di sicurezza di essere catturati vivi : serviva per suicidarsi. Alcuni talebani , secondo gli articoli del tempo, sottoponevano i prigionieri alla tortura della “camicia afgana” , che consisteva nell’appendere i disgraziati per le braccia , sollevare la pelle dalla pancia ,spellare l’uomo e legare la pelle sopra la testa. bisogno di commenti ? non credo. ah, naturalmente questo accadeva a persona viva eh….
Prima di parlare di afghanistan, di militari italiani, di NATO, mi dica è mai stato in Afghanistan? sa cosa pensa la gente dei militari italiani, del lavoro fatto e in atto da parte nostra in questo paese? ma Lei sa cosa stiamo realmente facendo in questo momento noi militari italiani ad Herat, Farah, Bala Morgab? è facile scrivere quello che Lei scrive senza un minimo riscontro, è facile parlare male dei militari … è facile fare di tutta l’erba un fascio!
Prima di tutto La ringrazio per l’intervento. Tengo a precisare però che il mio commento non è minimamente riferito all’impegno delle Forze Armate italiane che personalmente ho visto lavorare in teatri operativi e certo non seguono il dusgustoso esempio dei marines. La mia critica è riferita infatti alle forze Usa. E questo è ben chiaro. Che poi noi e Washington siamo alleati è un altro discorso. Positivo è il fatto che opinione pubblica, media e istituzioni sappiano quel che accade e che agiscano di conseguenza. Queste vicende, a mio parere, restano da sconfessare senza mezzi termini. Le Sue poche righe, al contrario, mi fanno pensare che Lei la pensi diversamente. E’ così? E ancora: mi dica Lei cosa fanno i nostri ragazzi nei teatri operativi.
Io lo so e sono fiero delle loro attività. Come italiano, come contribuente e anche come giornalista che può portare a casa anche delle notizie positive. Forse però Lei ne sa qualcosa di più.
Grazie ancora e un cordiale saluto,
Antonio Picasso