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Archivio per la categoria ‘Globalizzazione’

di Antonio Picasso

Nel quinto giorno di guerra è la politica occidentale a far da padrone. Prima però lo scenario operativo. Ieri i raid si sono concentrate sui cieli di Misurata e Ajdabiya. Gli aerei della coalizione sono alla caccia della 32esima brigata: 10mila uomini al comando di Kahmis Gheddafi, ultimogenito del rais. Ed è stata proprio Ajdabiya l’epicentro anche dei combattimenti di terra. I ribelli sembrano essere circondati dai carrarmati del colonnello. Per questo, i nostri aerei sono entranti in loro aiuto. La risoluzione 1973 prevede il compimento del massimo sforzo della comunità internazionale a “difesa dei civili”. Vista la mancanza di specificità su come poter attuare questa misura, un’interpretazione estensiva della carta agevola i raid. Il traffico nei cielo libici, tuttavia, non ha impedito a Gheddafi di lanciare l’ennesima invettiva. «L’Occidente verrà dimenticato sotto la polvere della storia», ha urlato il rais, comparendo in pubblico. Un palazzo bombardato ha fatto da cornice per questa nuova apparizione. Il colonnello insiste nel presentarsi come strenuo combattente a fianco del suo popolo.
Sul fronte politico, intanto, la situazione è ancora più complessa. Il dibattito sul comando in capo delle operazioni non è risolto. Ieri il ministro degli esteri francese, Alain Juppé, ha cercato di tagliare la testa al toro negando alcun ruolo politico alla Nato. Il Quai d’Orsay sta cercando di speronare i suoi alleati dell’Alleanza atlantica. Sulla base della risoluzione, Odissey dawn non prevede un meccanismo a doppia cabina di regia: politico e militare. Parigi, che vuole a tutti i costi avere il secondo, tenta di escludere a priori il primo. Così, l’opzione di due contenitori, nel caso fosse materia di discussione in sede Nato, sarebbe esclusa prima ancora di essere dibattuta. La mossa del ministro, tuttavia, non ha chiuso la partita.
Intanto è l’Italia a portare a casa un risultato. La Nato ha assegnato al nostro Paese il comando delle operazioni navali per il controllo dell’embargo imposto alla Libia sul traffico di armi. Tecnicamente, si tratta di una meta importante. Raggiunta grazie alla disinvoltura del nostro ammiraglio Giampaolo Di Paola, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa a Roma e adesso Presidente del Nato Military Commitee. Tuttavia, rischia di apparire come un surrogato delle richieste mosse da Frattini e La Russa. L’Italia è stata la prima a mettere le mani avanti all’eventuale comando francese di Odissey dawn. I suoi partner, sebbene favorevoli, hanno dimostrato solo una scarsa convinzione in materia. Gli Usa sembrano non volersene occupare. La Gran Bretagna invece – l’unica che potrebbe davvero mettere i bastoni fra le ruote a Sarkozy – preferisce restare a guardare. Intanto Raf, Royal Navy e Sas continuano a lavorare. In questo modo, se l’Eliseo ottenesse davvero i suoi scopi, la nostra Marina dovrebbe sottostare agli ordini di un superiore francese. I britannici, per quanto anch’essi subordinati, potrebbero muoversi più disinvoltamente grazie al contributo delle loro forze speciali.
A corollario di queste manovre, la Turchia si è dichiarata disponibile a fornire un sottomarino e cinque navi per il rispetto dell’embargo. La mini flotta di Ankara va ad aggiungersi alle altre dieci unità, ammiraglia italiana compresa, impiegate nell’operazione. La mossa turca collide solo apparentemente con le recenti dichiarazioni del premier turco Erdogan. Quest’ultimo aveva sottolineato che «mai i cannoni turchi sarebbero stati puntati contro la Libia». Sempre ieri, aveva aggiunto che fra i membri della Nato ci sarebbe qualche governo europeo che insegue «un’agenda coperta». Stando ai turchi, in pratica, qualcuno bombarda la Libia pro domo sua. Ma la presenza di Ankara torna utile per riassestare gli equilibri interni alla coalizione. Di fronte a una tale concertazione di ruoli, la Francia si trova in difficoltà a sostenere l’idea di un contributo quasi monopolistico nell’attacco. Inoltre, viene a mancare l’idea di uno micro scontro fra civiltà. Con la Turchia in azione non si può parlare di Islam sotto attacco, come inneggia il colonnello libico. Tanto più che Erdogan va solo ad aggiungersi alla già nutrita presenza di governi del Golfo che – pur titubanti e senza il patrocinio della Lega araba – hanno deciso di prendere parte a Odissey Dawn. Dopo i Mirage forniti dal Qatar, ieri il premier inglese Cameron ha ufficializzato la partecipazione di Kuwait e Giordania.
Detto questo, la crisi resta aperta. Non solo per la tenace resistenza dimostrata dall’artiglieria di Gheddafi. Bensì per la frammentazione che potrebbe venire a crearsi sul piano politico. L’insistenza francese rischia di tradursi in ostinazione. Nel caso Sarkozy riuscisse a ottenere il comando – più per sfinimento degli alleati che per sincera convinzione – su Parigi graverebbe l’ombra di essersi imposta nella coalizione. L’Italia, a sua volta, se davvero è interessata alla Libia – per prestigio politico-militare e cura dei propri interessi economici – non può permettersi di parlare solo di emergenza profughi. Assordante è invece il resto d’Europa. Germania in primis. Degli Usa, infine, si è capita la tattica. L’obiettivo è risolvere la crisi con il minimo delle risorse e il più in fretta possibile. Ma soprattutto senza troppe ripercussioni nel resto del Medio Oriente. Per la Washington democratica cominciano a essere troppe le fiaccole della libertà accese nella regione. Dopo Egitto, Tunisia e Yemen, la crisi libica rischia di lanciare lapilli incendiari anche in Siria. Obama teme un coinvolgimento anche dell’Arabia saudita.

Pubblicato su liberal del 24 marzo 2011

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di Antonio Picasso

La rivolta in Libia prosegue su una linea di totale imprevedibilità. Al di là degli scontri in corso, la giornata di ieri si è conclusa con un nulla di fatto da parte della comunità internazionale, per quanto riguarda l’eventuale no fly zone, come per altre iniziative. Nel frattempo ha lasciato tutti sgomenti quel vero e proprio stormo di jet decollato dal Paese. I velivoli hanno preso disparate direzioni. Alcuni sembra che siano atterrati al Cairo, altri in Portogallo e alcuni, infine, a Bruxelles. Da qui i rumores più improponibili. Nel tardo pomeriggio di ieri, si vociferava dell’arrivo di alcuni emissari di Gheddafi presso le istituzioni europee. Alla fine si è arrivati addirittura a ipotizzare che fra questi ci fosse lo stesso colonnello. Tuttavia, l’elemento più concentrante di questa crisi è da rintracciare nel comportamento dell’opposizione interna.
Nel Paese, intanto, imperversano gli scontri. Ras Lanuf e Zawiya restano i due epicentri delle battaglie. In entrambi i casi, sembra che le forze del colonnello stiano avendo al meglio e che i ribelli siano cinti d’assedio. È evidente che la resistenza intorno al rais si stia dimostrando più agguerrita del previsto. Sia in termini operativi, si a livello politico. Per quanto riguarda il primo, Gheddafi può contare dell’alta preparazione dei suoi collaboratori più fedeli, nonché dell’appoggio esterno di mercenari e soldati inviati dai presidenti di Sudan e Zimbabwe, amici personali del colonnello.
In ambito politico, la forza del leader libico è data anche dalla debolezza di chi ha di fronte. Fino a due settimane fa, Gheddafi era dato per spacciato perché lasciato solo dalle tribù più importanti: Orfella, Rojahan, Warfalla e Zintan. Sono passati più di 14 giorni e il colonnello, a discapito di qualsiasi salto della barricata, è ancora lì. A sua volta, il Consiglio nazionale di Bengasi, ribattezzato romanticamente dai giornali italiani Cnl – per richiamare la Resistenza antifascista – si sta dimostrando sfaldato nel suo interno, privo di un collegio direttivo capace di impartire ordini sul fronte e di tener testa alle boutade mediatiche di Gheddafi. Quest’ultimo, infatti, resiste sul campo di battaglia, come pure di fronte ai riflettori della stampa internazionale. Le sue interviste – sebbene possano apparire grottesche e intervallate da passaggi ridicoli – conquistano puntualmente le prime pagine dei giornali di tutta Europa. Al contrario, l’ultimatum lanciato dal Cnl contro Gheddafi – affinché abbandoni la lotta armata entro 72 ore, in cambio della libertà – appare come un goffo tentativo di dimostrare che il fronte dei rivoltosi sta comunque tenendo. I rappresentanti più in vista del comitato, già negli scorsi giorni, hanno dimostrato una non poca disorganizzazione. L’invito alla resa è stato formulato da Mustafa Abdel Jalil, peraltro ex Ministro della giustizia di Gheddafi, senza che i suoi colleghi lo sapessero. Il fatto quindi che l’ex regime sia ancora sulla breccia impone un sensibile ridimensionamento della capacità politica dell’opposizione.
Non è un caso che, all’ultimatum, Gheddafi abbia risposto sguinzagliando i suoi emissari presso i governi vicini. La sua è stata una manifestazione di forza nei confronti dei suoi deboli avversari. Si pensi anche alla taglia di ben 400 mila dollari Usa emessa dal colonnello contro ciascuno dei suoi oppositori. L’ex ministro Jalil in primis. Tutte queste sono iniziative che il comitato non si può permettere di realizzare. Non ha gli strumenti politici, né tanto meno quello pratico-economici.
Secondo la sua stessa presentazione, consultabile on line al sito http://www.ntclibya.org/, il Consiglio sarebbe composto da 31 membri. Di questi, molti nomi restano nascosti per motivi di sicurezza. È interessante notare, inoltre, che il sito è seguito su Twtter solo da 307 “followers”. Pochi per una rivoluzione che passerà alla storia per essere nata su internet. Ancora meno, se questo semplice dato viene messo a confronto con le migliaia di “amicizie” raccolte da gruppi spontanei e paralleli, nati su Facebook indipendentemente dal Cnl. Il “Comitato Libya not alone”, solo per fare un esempio, è seguito da 1270 persone. Si tratta, va detto, di un’iniziativa tutta italiana. Facendo un breve calcolo probabilistico, si arriva in fretta a percepire la portata di questi soggetti, più efficaci di un Cnl del quale non si capisce la direzione. La rivolta sul terreno sta procedendo. A differenza però dell’Egitto, dove a un certo punto la leadership è stata assunta dall’establishment militare, in Libia non è percepibile una cabina di regia. Il Cnl non solo non ha jet o carri armati, ma è anche mutilato di una mens politica e strategica che possa guidarlo.

Pubblicato su Il Riformista del 10 marzo 2011

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La resistenza di Gheddafi è dettata da tre fattori: l’apatia delle Nazioni Unite nel non aver ancora adottato una risoluzione in favore dei rivoltosi, la capacità delle forze fedeli al colonnello di fronte a un’opposizione sostanzialmente male organizzata e, soprattutto, negli appoggi stranieri al regime.
A questo proposito, il non sostenere la rivolta significa automaticamente offrire uno spazio di manovra a Gheddafi. All’inizio della crisi, è risultata sorprendente l’inerzia dei governi occidentali di fronte alla repressione messa in atto dal colonnello. Non è forse questa una mancata presa di posizione che ha permesso al regime di organizzare la propria resistenza?
Nell’osservare coloro che si dichiarano inossidabili alleati del governo tripolino, salta subito all’occhio il contributo di mercenari africani, giunti soprattutto da Senegal, Sudan e Zimbabwe. Gheddafi, se vuole sopravvivere ed eventualmente fuggire, deve fare appello a quei governi che la Libia ha sempre sostenuto e con i quali è andato a comporre una sorte Asse del male in Africa. È il caso del sudanese Omar al-Bashir, e dello zimbabwese Robert Mugabe. Il codice di fratellanza e solidarietà tra questi despoti oggi costituisce una solida difesa della Libia. Il colonnello ha difeso Bashir in occasione dello spiccato ordine di arresto, da parte della Corte penate internazionale. Adesso il leader di Karthoum è tenuto a ripagare il favore.
Contestualmente vanno elencati i sostenitori politici del governo di Tripoli. Il Venezuela di Hugo Chavez e la Bolovia di Evo Morales si sono dichiarati contrari a qualsiasi intervento militare della comunità internazionale. La scorsa settimana da Caracas, è giunta la proposta di creare una forza di pace, sotto l’egida dell’Onu, per il ripristino dell’ordine a Tripoli. Il Venezuela e la Libia si sono avvicinati molto in questi ultimi anni. Già nel 2009, Chavez aveva esaltato l’alleanza fra due regimi «uniti nel destino comune contro l’imperialismo americano». Adesso, secondo Caracas, qualsiasi intervento militare straniero sarebbe una catastrofe. «Gli Stati Uniti e l’Europa si sono già detti disposti a invadere la Libia», si leggeva in una nota del Ministero degli Esteri venezuelano. «Cosa vogliono? Il petrolio libico». Sulle relative concessioni, del resto, non è escluso che voglia mettere mano anche il Venezuela.
La questione petrolifera, inoltre, offre lo spazio per riflettere su coloro che si limitano a sfruttare la crisi libica per i propri interessi. In questo caso, si tratta non di un sostegno diretto al rais, bensì di una strumentalizzazione della rivolta. L’interesse non sarebbe sulla permanenza o meno al potere di Gheddafi, bensì sulla prosecuzione dell’instabilità. Va ricordato, infatti, che solo con i disordini in Libia il prezzo del petrolio è schizzato a 120 dollari al barile. L’impennata non si è avuta né con la caduta di Bel Alì né con quella di Hosni Mubarak. Segno che, sul mercato internazionale, gli speculatori attribuiscano maggior valore ai giacimenti di oro nero di Gheddafi, piuttosto che ai proventi del Canale di Suez, oppure alle maxi entrate del turismo di Egitto e Tunisia.
Ieri l’Independent  scriveva che gli Usa, nel tentativo di far cadere Gheddafi senza un proprio coinvolgimento militare diretto, avrebbero chiesto all’Arabia Saudita di rifornire armi ai ribelli di Bengasi. Ryiadh, tuttavia, avrebbe momentaneamente scartato l’invito. La monarchia sta facendo fronte “al giorno della collera” della sua comunità sciita (pari al 10% della popolazione). Di conseguenza, si sarebbe dichiarata troppo concentrata nel contenere l’opposizione interna e quindi impossibilitata a sprecare risorse altrove. Il rifiuto saudita potrebbe essere legato ai vantaggi economici maturati con i disordini di Tripoli. Sul breve periodo, il rincaro petrolifero è accolto a braccia aperte da Riyadh. Più si prolunga la crisi in Libia, maggiore è la liquidità a sua disposizione. Si tenga anche conto, peraltro, che se re Abdullah è garante della Corona di fronte all’Occidente, non si può dire lo stesso della sua corte. La dinastia degli al-Saud è composta da migliaia di principi di sangue. È impossibile pensare che questi costituiscano un blocco monolitico e interamente amico di Washington. Ben più plausibile che al suo interno vi siano correnti interessate a tenere elevata la tensione nel Mediterraneo – oppure a difendere Gheddafi – per favorire i rapporti commerciali tra il Golfo e l’Estremo oriente.
La stessa situazione potrebbe tornare altrettanto vantaggiosa per l’Iran. Teheran ha sì preso le distanze dalle repressioni del colonnello. Non è un caso però che solo dopo la bufera che ha investito la Libia, le sue due navi siano riuscite a entrare nel Mediterraneo, attraverso Suez. Anche questo indica che il vero ago della bilancia nordafricana è a Tripoli e non al Cairo. La crisi libica poi distoglie l’attenzione mondiale dalle attività nucleari degli Ayatollah, come pure dai loro interessi sedimentati nella Striscia di Gaza, in Libano e in Siria.
Il terzo e ultimo sottoinsieme di soggetti ancora vicini a Gheddafi va rintracciato nel cuore dell’Europa. Le major petrolifere, fino a ieri alleate del colonnello, hanno abbandonato pozzi e infrastrutture, senza tuttavia prendere le distanze politiche. C’è stato un “si salvi chi può”, non una netta chiusura dei contatti. Cosa che, invece, è accaduta in Iran dopo la promulgazione delle sanzioni Onu. Questo lascia pensare che, nel settore degli idrocarburi, non regni la matematica certezza che Gheddafi possa cadere. Al contrario, nella malaugurata ipotesi che la sua repressione possa avere successo, la ripresa dei rapporti economici andrebbe valutata nuovamente. Del resto i finanziatori della controrivoluzione sono da rintracciare proprio in Occidente. La scorsa settimana la Guardia costiera britannica ha fermato un cargo con a bordo 117 milioni di euro in banconote di Sua Maestà. La nave era diretta a Tripoli e l’ingente carico costituiva la busta paga dei fedelissimi di Gheddafi. Ancora meglio: l’esempio del principe Andrea, il figlio della Regina Elisabetta, e di Anthony Glees, presidente della London School of Economics, entrambi sotto i riflettori per gli eccessivi legami con Tripoli, rammenta quando gli interessi di Londra siano intrecciati con quelle del regime. Il governo Cameron non osa dirlo, tuttavia, la caduta del colonnello sarebbe compromettente per l’intera economia britannica. E forse non solo per questa.

Pubblicato su liberal dell’8 marzo 2011

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di Antonio Picasso

Il Procuratore generale della Corte penale internazionale (Icc), Luis Moreno-Ocampo, ha aperto un’inchiesta per crimini contro l’umanità verso il colonnello Gheddafi e una ventina di suoi stretti collaboratori, tra cui suo figlio Saif-al-Islam. I raid aerei effettuati contro la popolazione civile, ordinati dal raìs, hanno mosso le Nazioni Unite almeno nell’ambito della magistratura. Si resta in attesa però che il Consiglio di sicurezza adotti una qualsiasi decisione in merito alla crisi del Paese nordafricano. Gli osservatori temono per la popolazione e per i pozzi petroliferi. Gheddafi, evidentemente consapevole di dover prima poi mollare la presa, non ha intenzione di lasciare la Libia avviata sulla strada della facile ripresa. È la tattica dell’avvelenamento dei pozzi.
In realtà l’iniziativa del Tpi ha scarse possibilità di raggiungere il fine sperato. L’organismo giudiziario è stato istituito nel 2002 e da allora ha incontrato sempre grandi difficoltà. I campi di inchiesta sono principalmente quattro: crimini contro l’umanità, di aggressione, di guerra e genocidio. Finora i suoi dossier avviati sono ancora tutti aperti. Nell’ambito delle altre Corti sotto l’egida dell’Onu, solo quella dell’ex Jugoslavia ha raggiunto alcuni risultati, sebbene parziali. L’ex Presidente serbo Slobodan Milosevic è deceduto, per cause naturali, in un carcere olandese nel 2006, mentre scontava la sua pena per i crimini commessi nel corso dei conflitti balcanici. Tuttavia, la Corte dell’ex Jugoslavia era stata creata ad hoc e oggi non rientra nel Tpi.
Attualmente tutte le altre esperienze di magistratura internazionale in campo penale restano in sospeso. La Corte penale per il Libano, anch’essa formalmente autonoma, era stata instaurata per far luce sull’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri, ucciso a Beirut nel 2005. Allo stato dell’arte, non ha ancora spiccato alcun capo d’accusa. Risultano in uno stadio appena più avanzato le inchieste relative alla guerra civile in Liberia, al Congo e al Ruanda. I processi nei confronti di Charles Taylor, l’ex presidente liberiano responsabile della sanguinosa guerra civile negli anni Novanta, e nei confronti del signore della guerra congolese, Thomas Lubanga, infatti, sono attualmente in corso. Stessa situazione per quanto riguarda il genocidio in Ruanda. Ancora diverso è il caso del Presidente sudanese Omar al-Bashir, incriminato sempre dal Tpi nel 2009. Qui siamo di fronte a un Capo di Stato saldamente al potere che, secondo la giustizia internazionale, potrebbe essere arrestato nel caso mettesse piede in un qualsiasi Paese che riconosce il Tpi. Ovviamente, essendo il Sudan membro della Lega araba nonché alleato di nazioni influenti in ambito Onu, quali la Cinae la Russia, Bashir riesce agevolmente a non essere intercettato dal procuratore Moreno-Ocampo.
In generale, va ricordato che il Tpi è riconosciuto da 114 Paesi sui 195 membri delle Nazioni Unite. È interessante notare quali siano i governi a non aver ratificato il Trattato di Roma, documento che ha dato vita al Tpi. Cina e Russia sono tra queste. Ben più rilevante è però l’atteggiamento di rifiuto al riconoscimento dell’organo giudiziario da parte degli Stati Uniti. La scelta di Washington è sempre stata fonte di accese polemiche a livello internazionale. Una delle più solide e antiche democrazie del mondo continua a mantenersi su posizioni tanto contradditorie per quanto riguarda la giustizia Onu. La questione Gheddafi diventa esemplare. La mancata ratifica Usa del Tpi indebolisce quest’ultimo, in termini politici e operativi e rischia, con alte probabilità, di impedire la conclusione positiva dell’inchiesta appena avviata. Risulta scontati ricordare che nemmeno la Libia riconosce la legittimità del Tpi. A questo punto, forse appare più incisiva la decisione dell’Ue di congelare tutti i beni della famiglia Gheddafi conservati nelle banche europee. La sola Austria ha dichiarato di aver bloccato 1,2 miliardi di euro. Se il colonnello non può essere arrestato, per lo meno è possibile bloccarne il portafoglio.

Pubblicato su Il Riformista del 4 marzo 2011

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