di Antonio Picasso
La rivolta in Libia prosegue su una linea di totale imprevedibilità. Al di là degli scontri in corso, la giornata di ieri si è conclusa con un nulla di fatto da parte della comunità internazionale, per quanto riguarda l’eventuale no fly zone, come per altre iniziative. Nel frattempo ha lasciato tutti sgomenti quel vero e proprio stormo di jet decollato dal Paese. I velivoli hanno preso disparate direzioni. Alcuni sembra che siano atterrati al Cairo, altri in Portogallo e alcuni, infine, a Bruxelles. Da qui i rumores più improponibili. Nel tardo pomeriggio di ieri, si vociferava dell’arrivo di alcuni emissari di Gheddafi presso le istituzioni europee. Alla fine si è arrivati addirittura a ipotizzare che fra questi ci fosse lo stesso colonnello. Tuttavia, l’elemento più concentrante di questa crisi è da rintracciare nel comportamento dell’opposizione interna.
Nel Paese, intanto, imperversano gli scontri. Ras Lanuf e Zawiya restano i due epicentri delle battaglie. In entrambi i casi, sembra che le forze del colonnello stiano avendo al meglio e che i ribelli siano cinti d’assedio. È evidente che la resistenza intorno al rais si stia dimostrando più agguerrita del previsto. Sia in termini operativi, si a livello politico. Per quanto riguarda il primo, Gheddafi può contare dell’alta preparazione dei suoi collaboratori più fedeli, nonché dell’appoggio esterno di mercenari e soldati inviati dai presidenti di Sudan e Zimbabwe, amici personali del colonnello.
In ambito politico, la forza del leader libico è data anche dalla debolezza di chi ha di fronte. Fino a due settimane fa, Gheddafi era dato per spacciato perché lasciato solo dalle tribù più importanti: Orfella, Rojahan, Warfalla e Zintan. Sono passati più di 14 giorni e il colonnello, a discapito di qualsiasi salto della barricata, è ancora lì. A sua volta, il Consiglio nazionale di Bengasi, ribattezzato romanticamente dai giornali italiani Cnl – per richiamare la Resistenza antifascista – si sta dimostrando sfaldato nel suo interno, privo di un collegio direttivo capace di impartire ordini sul fronte e di tener testa alle boutade mediatiche di Gheddafi. Quest’ultimo, infatti, resiste sul campo di battaglia, come pure di fronte ai riflettori della stampa internazionale. Le sue interviste – sebbene possano apparire grottesche e intervallate da passaggi ridicoli – conquistano puntualmente le prime pagine dei giornali di tutta Europa. Al contrario, l’ultimatum lanciato dal Cnl contro Gheddafi – affinché abbandoni la lotta armata entro 72 ore, in cambio della libertà – appare come un goffo tentativo di dimostrare che il fronte dei rivoltosi sta comunque tenendo. I rappresentanti più in vista del comitato, già negli scorsi giorni, hanno dimostrato una non poca disorganizzazione. L’invito alla resa è stato formulato da Mustafa Abdel Jalil, peraltro ex Ministro della giustizia di Gheddafi, senza che i suoi colleghi lo sapessero. Il fatto quindi che l’ex regime sia ancora sulla breccia impone un sensibile ridimensionamento della capacità politica dell’opposizione.
Non è un caso che, all’ultimatum, Gheddafi abbia risposto sguinzagliando i suoi emissari presso i governi vicini. La sua è stata una manifestazione di forza nei confronti dei suoi deboli avversari. Si pensi anche alla taglia di ben 400 mila dollari Usa emessa dal colonnello contro ciascuno dei suoi oppositori. L’ex ministro Jalil in primis. Tutte queste sono iniziative che il comitato non si può permettere di realizzare. Non ha gli strumenti politici, né tanto meno quello pratico-economici.
Secondo la sua stessa presentazione, consultabile on line al sito http://www.ntclibya.org/, il Consiglio sarebbe composto da 31 membri. Di questi, molti nomi restano nascosti per motivi di sicurezza. È interessante notare, inoltre, che il sito è seguito su Twtter solo da 307 “followers”. Pochi per una rivoluzione che passerà alla storia per essere nata su internet. Ancora meno, se questo semplice dato viene messo a confronto con le migliaia di “amicizie” raccolte da gruppi spontanei e paralleli, nati su Facebook indipendentemente dal Cnl. Il “Comitato Libya not alone”, solo per fare un esempio, è seguito da 1270 persone. Si tratta, va detto, di un’iniziativa tutta italiana. Facendo un breve calcolo probabilistico, si arriva in fretta a percepire la portata di questi soggetti, più efficaci di un Cnl del quale non si capisce la direzione. La rivolta sul terreno sta procedendo. A differenza però dell’Egitto, dove a un certo punto la leadership è stata assunta dall’establishment militare, in Libia non è percepibile una cabina di regia. Il Cnl non solo non ha jet o carri armati, ma è anche mutilato di una mens politica e strategica che possa guidarlo.
Pubblicato su Il Riformista del 10 marzo 2011
