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La resistenza di Gheddafi è dettata da tre fattori: l’apatia delle Nazioni Unite nel non aver ancora adottato una risoluzione in favore dei rivoltosi, la capacità delle forze fedeli al colonnello di fronte a un’opposizione sostanzialmente male organizzata e, soprattutto, negli appoggi stranieri al regime.
A questo proposito, il non sostenere la rivolta significa automaticamente offrire uno spazio di manovra a Gheddafi. All’inizio della crisi, è risultata sorprendente l’inerzia dei governi occidentali di fronte alla repressione messa in atto dal colonnello. Non è forse questa una mancata presa di posizione che ha permesso al regime di organizzare la propria resistenza?
Nell’osservare coloro che si dichiarano inossidabili alleati del governo tripolino, salta subito all’occhio il contributo di mercenari africani, giunti soprattutto da Senegal, Sudan e Zimbabwe. Gheddafi, se vuole sopravvivere ed eventualmente fuggire, deve fare appello a quei governi che la Libia ha sempre sostenuto e con i quali è andato a comporre una sorte Asse del male in Africa. È il caso del sudanese Omar al-Bashir, e dello zimbabwese Robert Mugabe. Il codice di fratellanza e solidarietà tra questi despoti oggi costituisce una solida difesa della Libia. Il colonnello ha difeso Bashir in occasione dello spiccato ordine di arresto, da parte della Corte penate internazionale. Adesso il leader di Karthoum è tenuto a ripagare il favore.
Contestualmente vanno elencati i sostenitori politici del governo di Tripoli. Il Venezuela di Hugo Chavez e la Bolovia di Evo Morales si sono dichiarati contrari a qualsiasi intervento militare della comunità internazionale. La scorsa settimana da Caracas, è giunta la proposta di creare una forza di pace, sotto l’egida dell’Onu, per il ripristino dell’ordine a Tripoli. Il Venezuela e la Libia si sono avvicinati molto in questi ultimi anni. Già nel 2009, Chavez aveva esaltato l’alleanza fra due regimi «uniti nel destino comune contro l’imperialismo americano». Adesso, secondo Caracas, qualsiasi intervento militare straniero sarebbe una catastrofe. «Gli Stati Uniti e l’Europa si sono già detti disposti a invadere la Libia», si leggeva in una nota del Ministero degli Esteri venezuelano. «Cosa vogliono? Il petrolio libico». Sulle relative concessioni, del resto, non è escluso che voglia mettere mano anche il Venezuela.
La questione petrolifera, inoltre, offre lo spazio per riflettere su coloro che si limitano a sfruttare la crisi libica per i propri interessi. In questo caso, si tratta non di un sostegno diretto al rais, bensì di una strumentalizzazione della rivolta. L’interesse non sarebbe sulla permanenza o meno al potere di Gheddafi, bensì sulla prosecuzione dell’instabilità. Va ricordato, infatti, che solo con i disordini in Libia il prezzo del petrolio è schizzato a 120 dollari al barile. L’impennata non si è avuta né con la caduta di Bel Alì né con quella di Hosni Mubarak. Segno che, sul mercato internazionale, gli speculatori attribuiscano maggior valore ai giacimenti di oro nero di Gheddafi, piuttosto che ai proventi del Canale di Suez, oppure alle maxi entrate del turismo di Egitto e Tunisia.
Ieri l’Independent  scriveva che gli Usa, nel tentativo di far cadere Gheddafi senza un proprio coinvolgimento militare diretto, avrebbero chiesto all’Arabia Saudita di rifornire armi ai ribelli di Bengasi. Ryiadh, tuttavia, avrebbe momentaneamente scartato l’invito. La monarchia sta facendo fronte “al giorno della collera” della sua comunità sciita (pari al 10% della popolazione). Di conseguenza, si sarebbe dichiarata troppo concentrata nel contenere l’opposizione interna e quindi impossibilitata a sprecare risorse altrove. Il rifiuto saudita potrebbe essere legato ai vantaggi economici maturati con i disordini di Tripoli. Sul breve periodo, il rincaro petrolifero è accolto a braccia aperte da Riyadh. Più si prolunga la crisi in Libia, maggiore è la liquidità a sua disposizione. Si tenga anche conto, peraltro, che se re Abdullah è garante della Corona di fronte all’Occidente, non si può dire lo stesso della sua corte. La dinastia degli al-Saud è composta da migliaia di principi di sangue. È impossibile pensare che questi costituiscano un blocco monolitico e interamente amico di Washington. Ben più plausibile che al suo interno vi siano correnti interessate a tenere elevata la tensione nel Mediterraneo – oppure a difendere Gheddafi – per favorire i rapporti commerciali tra il Golfo e l’Estremo oriente.
La stessa situazione potrebbe tornare altrettanto vantaggiosa per l’Iran. Teheran ha sì preso le distanze dalle repressioni del colonnello. Non è un caso però che solo dopo la bufera che ha investito la Libia, le sue due navi siano riuscite a entrare nel Mediterraneo, attraverso Suez. Anche questo indica che il vero ago della bilancia nordafricana è a Tripoli e non al Cairo. La crisi libica poi distoglie l’attenzione mondiale dalle attività nucleari degli Ayatollah, come pure dai loro interessi sedimentati nella Striscia di Gaza, in Libano e in Siria.
Il terzo e ultimo sottoinsieme di soggetti ancora vicini a Gheddafi va rintracciato nel cuore dell’Europa. Le major petrolifere, fino a ieri alleate del colonnello, hanno abbandonato pozzi e infrastrutture, senza tuttavia prendere le distanze politiche. C’è stato un “si salvi chi può”, non una netta chiusura dei contatti. Cosa che, invece, è accaduta in Iran dopo la promulgazione delle sanzioni Onu. Questo lascia pensare che, nel settore degli idrocarburi, non regni la matematica certezza che Gheddafi possa cadere. Al contrario, nella malaugurata ipotesi che la sua repressione possa avere successo, la ripresa dei rapporti economici andrebbe valutata nuovamente. Del resto i finanziatori della controrivoluzione sono da rintracciare proprio in Occidente. La scorsa settimana la Guardia costiera britannica ha fermato un cargo con a bordo 117 milioni di euro in banconote di Sua Maestà. La nave era diretta a Tripoli e l’ingente carico costituiva la busta paga dei fedelissimi di Gheddafi. Ancora meglio: l’esempio del principe Andrea, il figlio della Regina Elisabetta, e di Anthony Glees, presidente della London School of Economics, entrambi sotto i riflettori per gli eccessivi legami con Tripoli, rammenta quando gli interessi di Londra siano intrecciati con quelle del regime. Il governo Cameron non osa dirlo, tuttavia, la caduta del colonnello sarebbe compromettente per l’intera economia britannica. E forse non solo per questa.

Pubblicato su liberal dell’8 marzo 2011

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I 140 morti che si sono registrati negli scontri di questi ultimi giorni, nella regione meridionale del Sudan, sono la dimostrazione dell’ennesimo allarme lanciato dagli osservatori internazionali, ma che è rimasto inascoltato. Quella che è avvenuta fra un gruppo di miliziani di una tribù dei Nuer e altri appartenenti all’etnia Dinka è stata una vera e propria guerra. Le previsioni quindi si stanno avverando. Ciò che forse non era stato calcolato è la tipologia di conflitto che rischia di dilagare nella regione.

L’episodio che ha portato a un numero di vittime così elevato è legato al contenzioso sullo sfruttamento di un pascolo da parte di un clan piuttosto che di un altro. Un casus belli di portata assolutamente ridotta. Da questo sta lievitando una rivalità tribale, fra Nuer e Dinka, che è stata tenuta sempre sotto controllo dai rispettivi capi, in quanto entrambi i gruppi ambirebbero all’indipendenza del Sud Sudan dal governo centrale di Karthoum.

Il contesto generale sudanese resta estremamente instabile. Nel 2004 l’Onu definì il Paese come “la situazione umanitaria più grave esistente”. La realtà odierna non sembra distaccarsi molto dalla dichiarazione di sei anni fa. L’area meridionale sudanese costituisce un nodo strategico sia in ambito politico sia economico per il governo di Karthoum. È la zona con la maggiore concentrazione di risorse petrolifere, l’85% su scala nazionale. Risulta quindi di grande interesse per le compagnie straniere. Quelle cinesi, malesi e indonesiani, in particolare, sono titolari di tre quarti delle concessioni locali. Dal distretto di Giuba inoltre si vorrebbe far partire un oleodotto diretto a Port Sudan, nel Mar Rosso, per rifornire le petroliere dirette in Estremo Oriente.

In contrasto con la ricchezza del sottosuolo, la popolazione locale è vessata da una povertà stagnante, dovuta ai periodi di siccità del terreno. Le immense risorse idriche messe a disposizione dal Nilo non riescono a essere sfruttate per la mancanza delle infrastrutture. Un ulteriore elemento destabilizzante riguarda la posizione geografica dell’area. Essa costituisce l’intersezione fra il Nord Africa islamico, il Corno d’Africa cristiano e oggi anche musulmano e le regioni sub-equatoriali del continente prevalentemente animistiche. Si tratta quindi di un punto di incontro fra culture opposte, interessi politico-economici discordanti e antichi rancori fra etnie e tribù. L’esempio dei Nuer musulmani che si scontrano con i Dinka animisti e cristiani, pur abitando sullo stesso territorio, indica la disomogeneità e la frammentazione di questo angolo del continente. A questo si aggiunge la ancestrale rivalità tra etnie stanziali e quelle nomadi che si contendono i pascoli a disposizione. Si tratta di un “cocktail letale” quindi, per usare di nuovo un’espressione che circola nelle sedi delle Nazioni Unite in riferimento al Sudan.

Questo scontro esclusivamente localistico Nuer-Dinka assume i caratteri di una questione nazionale dal momento in cui la regione è terreno di conquista dell’industria petrolifera asiatica. Inoltre non si possono dimenticare i due importanti appuntamenti elettorali dell’agenda sudanese. In aprile sono fissate le elezioni politiche, le prime dal 1986. Tre anni dopo l’attuale Presidente sudanese, Omar al-Bashir, avrebbe assunto il potere con un colpo di Stato. Per l’anno prossimo invece è previsto il referendum sull’indipendenza del sud Sudan appunto. L’appuntamento elettorale è stato voluto dal Sudan People’s Liberation Movement (Splm). Va ricordato comunque che la regione gode già di un’amministrazione autonoma.

Sulla base di questa sommatoria di presupposti, il governo di Karthoum mira a conservare l’integrità territoriale del Paese. Il Presidente Bashir, sostenuto dal suo National Congress Party (Ncp), è conscio che dal referendum del 2011 non si può scappare. Se il voto saltasse, verrebbe meno l’accordo di pace del 2005. Ne conseguirebbe un’ulteriore punto a sfavore della sua figura già compromessa di fronte alla comunità internazionale, nonché la ripresa della guerra civile. Ciò non toglie che, nei calcoli di Bashir, si possa pregiudicare il voto aumentando il livello di tensione nell’area. Questo è possibile facendo passare lo scontro fra Nuer e Dinka come una guerra tribale, che necessita l’intervento di Karthoum. In questo modo Bashir si sentirebbe libero di usare la mano pesante nella regione.

In realtà siamo di fronte a un problema ancora più esteso. Nei prossimi due anni, la maggioranza dei Paesi africani affronterà elezioni interne che potrebbero ribaltare i quadri politici attuali. Il primo della lista è appunto il Sudan. Da un lato la forza politica di Bashir non è fonte di discussione a Karthoum. Dall’altro, nel sud del Paese il Presidente è visto come il nemico “numero 1”. Tuttavia un referendum in questa regione rischia di costituire un precedente sulla base del quale altri movimenti autonomistici – in Uganda, Corno d’Africa, Congo e anche in Nigeria – potrebbero far riferimento per ottenere la propria emancipazione territoriale. Ne conseguirebbe la frammentazione politica di proporzioni continentali. Se non viene presa in tempo, la crisi del sud Sudan rischia di costituire il focolaio di nuovi e incontrollabili drammi africani. A farne le spese sarebbero i popoli locali come pure gli interessi economici delle grandi potenze straniere.

Pubblicato su liberal del 9 gennaio 2010

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Ieri mattina, mossa da un coraggio collettivo che le mancava da tempo, la popolazione di Mogadisho è scesa in piazza per protestare contro l’ondata di violenze che ha piegato la capitale somala nelle ultime settimane e soprattutto dopo l’attentato di giovedì scorso. L’attacco terroristico del 3 dicembre aveva provocato circa 60 morti, fra i quali tre ministri del governo somalo: il responsabile del dicastero della Sanità, Qamar Aden, quello dell’Università, Ibrahim Hassan Addow, e quello dell’Istruzione, Mohamed Abdullahi Waayel. Si era trattato di un attentato finalizzato al mantenimento dell’instabilità del Paese e, di conseguenza di tutto il corno d’Africa. Il movimento degli Shabaab (dall’arabo “gioventù”) è ormai noto alle cronache internazionali. Si sospetta un suo legame con al-Qaeda. Viene considerato un soggetto di varia tipologia, costituito da guerriglieri jihadisti, signori della guerra, criminali comuni che giungono da molti Paesi per combattere senza un fine ben preciso e in nome del jihad. Il movimento è ritenuto soprattutto il primo responsabile del totale fallimento delle istituzioni politiche in Somalia. L’instabilità del Paese però facilita la condizione di insicurezza di tutta la regione e alimenta la pirateria, che costantemente risulta attiva nelle acque prospicienti.

Gli Shabaab hanno goduto fino a qualche mese fa del dichiarato sostegno da parte di alcune tribù locali. Le manifestazioni di protesta a Mogadisho però hanno dimostrato la spaccatura che ormai si è venuta a creare fra questa armata composita impropriamente accostata alla bandiera dell’Islam e molte delle tribù locali che le sono state precedentemente alleate. I primi sono ormai visti come i rappresentanti di forze straniere: al-Qaeda appunto, ma anche il governo eritreo e forse il Sudan. Tutti attori interessati a mantenere instabile il Corno d’Africa, in funzione anti-occidentale, in appoggio alla pirateria e per indebolire alcuni governi locali, per esempio Etiopia e Kenya.

In questo caso, la popolazione locale si è detta stanca di essere sottomessa da una realtà straniera che ormai ha esaurito la sua forza di consenso nel Paese. Gli Shabaab vogliono governare con la sharia in una Somalia che ha mantenuto sempre un atteggiamento moderato nell’ambito religioso. Avevano promesso di far ripartire il processo di normalizzazione politica e di pacificazione, invece non solo è aumentata la violenza, ma anche l’attenzione internazionale si è completamente rivolta altrove. E questo è il vero problema del perché la Somalia, uno Stato a tutti gli effetti, non esce dal vortice della sua quotidiana violenza.

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